domenica, maggio 28, 2006

Approfondimenti (indietro)

Il mio Kosovo
da "L'idea"

Che bilancio e quali conclusioni trarre da 23 mesi di Albania-Kosovo, passati a fare il volontario durante l'emergenza? In breve: attratto dal mondo della cooperazione e del volontariato, da tempo desideravo vivere un'esperienza che mi impegnasse in questi ambiti. Facendo parte di un'Associazione Onlus di volontariato, "Fiorenzuola oltre i Confini", che si occupa di popolazioni e casi disagiati in Italia e all'estero, allo scoppio dell'emergenza mi sono trovato pronto a partire.

Così grazie a "Fiorenzuola oltre i Confini" sono stato prima volontario in Albania (campi profughi di Bradashesh e Sushice, Elbasan) e poi cooperante in Kosovo (distretto di Pec-Peja). Lavoravo con un'organizzazione non governativa che seguiva un progetto finanziato con i fondi raccolti dal governo italiano durante la campagna "Emergenza Kosovo" e gestiti da "Missione Arcobaleno Gestione Fondi Privati" (da non confondere con la prima Missione Arcobaleno, vale a dire quella dello scandalo in Albania) e che si occupava di dare sostegno ai profughi kosovari. Il mio gruppo gestiva due campi durante l'emergenza in Albania e poi, dopo la fine della guerra e con il successivo rientro in kosovo degli sfollati, seguiva un progetto di ricostruzione delle case e delle infrastrutture pubbliche a Pec-Peja. Era un tipo di impiego cosiddetto atipico, in cui lavoravo a stretto contatto con la gente e con le comunità locali, imparavo usanze e tradizioni, il rispetto delle diversità, non c'era orario, non c'erano le comodità di casa, ma in compenso ero immerso in uno spirito sincero di solidarietà che mi ha fatto riflettere su quanto erano assurde e ingiustificate le mie lamentele, i miei malcontenti in confronto a tante disgrazie.

Vivevo quotidianamente grosse difficoltà nel riuscire a comprendere la mentalità di chi mi stava di fronte, completamente diversa dalla nostra, faticavo ad entrare in meccanismi a volte opposti ai miei, mi scontravo spesso con interessi e pensieri divergenti, ma pian piano si superavano tutti gli attriti, attriti forse normali quando si vive in quel complesso sistema quale è l'integrazione. È stato qui che ho vissuto, conosciuto e condiviso le più svariate situazioni e problematiche:non mi sentivo diverso e straniero, ricco e nemmeno povero, fortunato o disgraziato…….., ero semplicemente uguale, e in questa uguaglianza cercavo di dare il giusto peso al valore delle cose. Prima di partire interpretavo il volontariato come una forma di aiuto senza limiti, ora invece, dopo la mia permanenza nei Balcani, sono giunto a questa conclusione: non bisogna confondere aiuto umanitario con assistenzialismo. Aiuto umanitario è sinonimo di cooperazione, vale a dire un rapporto in cui le controparti, nel nostro caso le organizzazioni umanitarie italiane e la comunità albanese, interagiscono e collaborano per un unico fine: il miglioramento della qualità della vita e la ricostruzione del tessuto sociale precedente alla guerra.

Nello stare a stretto contatto con quella gente così diversa e forse troppo spesso discriminata, credo di essermi formato un quadro delle varie dinamiche sociali. Questo è fondamentale per un approccio nei confronti della nuova società multietnica che si va formando in tutta Europa. Sono entusiasta della mia esperienza e spero di aver assimilato veramente tanto, soprattutto mi sono reso conto di quanto noi, che viviamo in una società benestante ed evoluta, siamo fortunati e privilegiati; insomma, la permanenza in quei luoghi è stata una vera scuola di vita e mi ha insegnato quanto sono importanti la ricerca e la conservazione della pace. Gli effetti della guerra, infatti, sono devastanti e si trascinano negli anni e nelle vite delle persone che porteranno per sempre nella memoria i segni delle atrocità a cui sono state costrette ad assistere a causa dell'odio e dell'intolleranza fra i popoli.

Giorgio Ponti



il mio kosovo è quello della speranza vedendo su internet non vedo nulla di positivo io eppure l'ho vista una cosa positiva, la capacità dei bambini, di continuare, di ridere, non dimentichiamo il kossovo non è una situazione di serie b, grazie venite in kosovo con lo sprofondo imperia

venerdì, maggio 19, 2006

sprofondo


una tribù di amici sbatte, nelle fascie di tavole
una tribù di amici raccoglie uva nella vigna di poggi
una tribù raccoglie i pomodori del orto di poggi
una tribù che ogni domenica si dedica alla campagnia
una tribù che sprofonda nel volontariato
una tribù che non si da mai per vinta
una tribu che aiuta la popolazione kosovara
una tribù che ti aspetta

giovedì, maggio 11, 2006

testimonianze dal kosovo 2

io vorrei che la gente capisse che Cosa è il kosovo e come si vive là, io non voglio che passi l'idea che son poveri disgraziati che devono essere aiutati, io vorrei far capire anche scrivendo poesie, quale è la situazione che io ho visto, io ho visto un paese che stà tentando realmente di risollevarsi, io ho visto ancora tante divisioni, volute dalle nazioni unite, ho visto tanti bambini che avevano ancora tantissima fantasia, ho visto che molti miei amici volontari han fatto un buon lavoro, ho visto come è la vita in famiglia, io non voglio cha passi l'idea che in kosovo ci siano solo le mine, o che'emergenza è finita, solo per han bombardato, il paese kosovaro merita il nostro aiuto, ma non perchè poveri disgraziati, ma perchè esseri umani come noi ma a priluzje tanta tanta voglia di continuare chauuuuuuu salutami gli altri

QUINDI ISCRIVETEVI A I CAMPI KOSSOVARI

WW.SPROFONDOIMPERIA.IT

NON ABBIATE PAURA DI AIUTATE, NON ABBIATE PAURA

mercoledì, maggio 10, 2006

c'è

sono

sono un cardellino solitario
che vaga nei pensieri del ignoranza,
imprigionato nella code dei supermercati
solitudine che vogliamo noi,
in mezzo alla società del non saluto,
qui dove governa l’eterna fretta.
sono una mimosa appassit
che rinasce solo per la vostra festa,
una festa che perde la testa
e diventa una cosa triste,
piena di spogliarelli maschilisti.
sono un pallavolista senza pallone
seduto su una sedia a rotelle,
che lotta contro intolleranza.
sono un cuore che si raffredda,
pieno di rancori e di odio
senza saper mai perdonare,
gli errori del suo passato.
sono una giornata eternamente storta
per chi vive in quel paese chiamato povertà.
sono una strada sterrata
piena di intoppi, piena di tasse
sono un alpinista senza montagne
seduto eternamente nei suoi sogni

voi siete immezzo a queste cose immezzo a questi delitti, in kosovo le nostre cose importanti ,per loro son cose inutili, per loro conta solo essere ancora vivi, essere ancora li ed poter raccontare la loro lenta ripresa, sapete chwe mi ha stupito del kosovo le case che costruivano, le faccie che non erano rassegnate il nostro progetto, serve anche a questo serve a far crescere i bambini, ad restituirgli un infanzia, e poi sapete, alla fine saranno loro ad ringranzirvi

sabato, maggio 06, 2006

testimonianze dal kosovo

Titolo: testimonianza

Questa estate ho deciso di vivere un’esperienza per me particolare e significativa…
Già da tempo, grazie a qualche incontro fortuito, ho avuto la possibilità di avvicinarmi a qualche persona proveniente dal Kosovo e così ho pensato di andare a vedere i luoghi e tentare di capire la storia di queste persone.
Ho chiesto, e sono venuta a conoscenza tramite il passaparola di un’associazione di Imperia, Sprofondo Imperia (sito internet www.sprofondoimperia.it), che organizza ogni anno campi di animazione di quindici giorni in due scuole in Kosovo, una di etnia albanese e l’altra in un’enclave serba.
Il 30 di luglio così sono partita da Milano insieme alle altre tre persone che con me avrebbero vissuto quest’esperienza. Due giorni di viaggio in treno attraversando tutti i Balcani e finalmente lunedì sera sono giunta a Runik, un paese come tanti a sud di Mitrovica. Cosa mi colpisce subito: la lunga e unica strada asfaltata che taglia in due il paese, la polvere delle altre strade, le case non intonacate e la mancanza di elettricità per ore, come tutti i giorni. Presto finisce il giorno e così tutti e quattro ci troviamo a lume di candela a parlare con il signor Bahri, il direttore della scuola.
E questo è l’inizio.
Fondamentale e affascinante in questo viaggio è stato l’essere ospitata in famiglia così mi sono avvicinata di più alla realtà di questo villaggio di etnia albanese e di religione musulmana. La mia famiglia era composta da otto persone, papà, mamma, nonno e cinque figli, alla quale spesso si uniscono cugini e zii che vengono in visita da lontano e si stabiliscono qualche giorno. La casa non è molto grande, ma ha vicino la stalla dove ci sono due mucche, c’è l’orto, ci sono le galline. Ogni famiglia mangia gli animali che alleva, ciò che coltiva nell’orto o i frutti degli alberi, ci sono però dei piccoli negozi che hanno ormai tutti i prodotti commerciali.
In famiglia coi figli più grandi si parlava in inglese, uno di loro studia a Milano. Con il loro aiuto durante l’animazione alla scuola abbiamo potuto far meglio in quanto traducevano ai bambini i giochi o le attività. L’animazione alla scuola è stata tanto bella quanto faticosa. Purtroppo noi volontari eravamo in quattro e i bambini ogni giorno si moltiplicavano sempre più fino ad essere anche sessanta. Essa consisteva in giochi, molti dei quali si fanno in oratorio, canzoni bans, laboratorio. Purtroppo nella società kosovara non esiste nulla al di fuori della scuola per i bambini, i ragazzi ed anche gli adolescenti, così questa animazione è per loro un sollievo nel vuoto delle loro estati. E’ intenzione dell’associazione costruire un centro culturale, un luogo dove i ragazzi e i giovani possano incontrarsi, possano formarsi e portare avanti tutte le attività di animazione e sostegno anche verso i più piccoli.
Questa per me e per i miei amici non è stata solo una vacanza impegno ma ci sono state tante occasioni per girare, incontrare la gente, vedere la bellezza della natura, visitare luoghi significativi della guerra. Abbiamo incontrato nel vicino paese, comune di Runik un’associazione nella quale si tenta di curare il disagio psichico e i traumi provocati dalla guerra; abbiamo visitato la casa di Adem Jashari, leader dell’UCK, esercito autonomo di liberazione albanese, assediata dai serbi, ora museo a cielo aperto e conosciuto una ragazza adolescente unica superstite di quel massacro, la fossa comune, i terreni segnalati per il ritrovamento di mine anti-uomo, le tombe sparse dei tanti aderenti all’uck. In quei giorni ci sono stati tanti matrimoni con la musica e i tamburi, festeggiamenti lungo tutta la strada fino a casa degli sposi, io e le altre ragazze siamo state alla festa delle donne, il secondo giorno di nozze, dove ci si può lanciare nelle danze senza timore.
Il Kosovo oggi è un protettorato Onu, ovunque, sia nelle città più importanti quali Pristina, la capitale, o Mitrovica la città tagliata in due, metà serbi metà albanesi, o come in ogni piccolo villaggio girano militari nei loro grandi mezzi bianchi, Onu, o nei mezzi blindati Kfor, controllano, mettono posti di blocco. Non sono così bene visti dalla popolazione locale.
Una delle ragioni della loro presenza è che la maggioranza della gente è di etnia albanese, mentre in enclavi, territori perimetrati e sorvegliati dai militari, vivono, segregati invece i serbi. C’è tensione tra le due etnie.
Cosa mi ha insegnato questa esperienza… che la vita è così bella che vale la pena di viverla a qualsiasi costo, anche dopo una guerra che ha lasciato disturbi, traumi che riemergono, come quando al ritorno da una partita a pallavolo nel campo improvvisato vicino a casa, si sentono degli spari dei festeggiamenti del matrimonio e un ragazzo si butta a terra mentre la sorella si protegge la testa con le mani, quando a scuola si costruisce l’aeroplanino di carta e i ragazzi fanno il verso del bombardamento, o quando un ragazzino ti racconta di esser stato profugo e di aver fatto settanta chilometri a piedi.
La guerra nei Balcani per me è stato un fatto mediatico perché la racconta la Tv, ma quando ci si addentra in quell’esperienza si scopre che ci sono le persone, la sofferenza, i fatti vanno oltre le immagini. La gente comunque è cordiale, è ospitale e non manca l’occasione di salutare, di fermarsi a parlare di offrirti il caffè turco.

Autore: Alessandra